Accresciuta a Roma tra la fine del Cinquecento e il Seicento per iniziativa di Benedetto e Vincenzo Giustiniani, l’omonima collezione si impose come una delle più importanti raccolte artistiche europee dell’Età moderna, comprendendo opere archeologiche e pittoriche di eccezionale rilievo. Pur vincolata da un fidecommesso, la collezione iniziò a smembrarsi già nel Settecento, con il passaggio di nuclei significativi ad altre raccolte. Il corpus delle antichità fu reso pubblico attraverso la Galleria Giustiniana, imponente impresa editoriale avviata nel 1631 e affidata ai torchi di Giuseppe de’ Rossi. La tavola con Amaltea e il fanciullo, attribuibile alla fase documentata dell’attività di Johannes Federico Greuter tra il 1632 e il 1633, traduce uno dei rilievi più celebri della raccolta Giustiniani, oggi conservato ai Musei Vaticani (Museo Gregoriano Profano, inv. 9510). L’importanza del modello è attestata dalla sua ampia fortuna grafica e antiquaria nel corso del Seicento, ma l’interesse della stampa non risiede tanto nella fedeltà documentaria quanto nella qualità della sua reinterpretazione. Tra le incisioni eseguite da Greuter per la serie, questa si distingue per densità di tratteggio e complessità costruttiva. Il segno non si limita a restituire i valori plastici del rilievo, ma ne accentua i contrasti, ispessisce i contorni e amplia le masse. Le figure acquistano un maggior peso visivo, con un’evidente enfatizzazione dei volumi e una riduzione degli spazi di pausa tra i gruppi. Il panneggio della ninfa è reso attraverso un sistema di pieghe serrate e movimentate, che sostituisce la continuità lineare del modello con un ritmo più vibrante e drammatico. Anche gli elementi secondari (animali, vegetazione e grotta) partecipano a questa intensificazione formale: l’insieme appare più compatto e carico, quasi a trasformare la scena in una composizione di forte impatto teatrale. Tale orientamento suggerisce un intervento ideativo significativo a monte dell’incisione, probabilmente da parte del disegnatore, la cui identità resta ignota, e colloca la tavola entro un clima di classicismo barocco romano, in cui l’antico viene assunto non come misura da replicare, ma come materia da reinterpretare. La stampa si dimostra un momento di mediazione culturale in cui l’opera antica viene filtrata attraverso un linguaggio aggiornato, capace di tradurne il prestigio in termini coerenti con la sensibilità figurativa degli anni Trenta del Seicento.
Nella Banca Dati dell’Istituto sono confluiti dati e informazioni della catalogazione informatizzata effettuata su tutto il patrimonio, a partire da una massiva schedatura realizzata agli albori dell’era tecnologica nel biennio 1987-89, che ha interessato l’intera consistenza delle collezioni di stampe. Si sono succeduti nel tempo vari interventi, rivolti a catalogare i vari settori del patrimonio (stampe, disegni, matrici, fotografie, grafica contemporanea). Non abbiamo a disposizione descrizioni complete per tutte le opere, stiamo lavorando per aggiornare le nostre schede, ma consideriamo questa banca dati come uno strumento che ci permetterà nel tempo di ampliare e approfondire le informazioni che sono già contenute, mettendo a disposizione degli studiosi e dei visitatori il frutto dei nostri studi e ricerche.
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