Accresciuta a Roma tra la fine del Cinquecento e il Seicento per iniziativa di Benedetto e Vincenzo Giustiniani, l’omonima collezione si impose come una delle più importanti raccolte artistiche europee dell’Età moderna, comprendendo opere archeologiche e pittoriche di eccezionale rilievo. Pur vincolata da un fidecommesso, la collezione iniziò a smembrarsi già nel Settecento, con il passaggio di nuclei significativi ad altre raccolte. Il corpus delle antichità fu reso pubblico attraverso la Galleria Giustiniana, imponente impresa editoriale avviata nel 1631 e affidata ai torchi di Giuseppe de’ Rossi. La tavola in esame riproduce esclusivamente la scena figurata del fronte dell’ara funeraria di Maena Mellusa (oggi ai Musei Vaticani, Museo Chiaramonti, inv. 1255), isolandola dal contesto architettonico del monumento. Si tratta di un caso singolare all’interno della Galleria: il medesimo rilievo compare infatti anche alla tav. II, 133, dove l’ara è rappresentata nel suo insieme. Qui, invece, l’immagine è concepita come pannello autonomo, privo di iscrizione, cimasa e inquadramento strutturale. L’operazione non è neutra. L’eliminazione dell’epigrafe e degli elementi laterali concentra l’attenzione sul gruppo della defunta velata con i due figli, trasformando un monumento funerario in una scena a forte intensità affettiva. La madre seduta, con il bambino in grembo e il gesto protettivo rivolto all’altro figlio, assume un risalto monumentale e quasi ieratico, accentuato dalla resa più compatta dei volumi e da una modulazione chiaroscurale che conferisce maggiore pienezza plastica rispetto allo stato consunto dell’originale. Poiché entrambe le tavole sono incise dallo stesso autore, le differenze interpretative devono essere attribuite al disegno preparatorio. In questa versione prevale un’intonazione solenne e semplificata, con una tendenza alla monumentalizzazione delle figure e a una certa astrazione formale, che distanzia l’immagine dalla dimensione domestica e intimistica percepibile nel rilievo antico. L’esito suggerisce la mano di un disegnatore sensibile a un gusto arcaizzante e neo-cinquecentesco, incline alla riduzione delle articolazioni narrative in favore di una costruzione più compatta e frontale. La doppia presenza del medesimo rilievo nel volume segnala, più che un’esigenza documentaria, una riflessione sulle possibilità di lettura dell’antico: da un lato oggetto archeologico, dall’altro scena esemplare capace di inserirsi, per affinità tematica, in una sequenza di immagini a carattere idilliaco e sentimentale.
Nella Banca Dati dell’Istituto sono confluiti dati e informazioni della catalogazione informatizzata effettuata su tutto il patrimonio, a partire da una massiva schedatura realizzata agli albori dell’era tecnologica nel biennio 1987-89, che ha interessato l’intera consistenza delle collezioni di stampe. Si sono succeduti nel tempo vari interventi, rivolti a catalogare i vari settori del patrimonio (stampe, disegni, matrici, fotografie, grafica contemporanea). Non abbiamo a disposizione descrizioni complete per tutte le opere, stiamo lavorando per aggiornare le nostre schede, ma consideriamo questa banca dati come uno strumento che ci permetterà nel tempo di ampliare e approfondire le informazioni che sono già contenute, mettendo a disposizione degli studiosi e dei visitatori il frutto dei nostri studi e ricerche.
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